Capelli

Poesia Capelli di Luciano Nistri

Poesia tratta dal libro: Colpo Colpo Uccello Uccello di Luciano Nistri

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Fra cento amori

 

Fra cento amori

 

Fra cento amori,

passati in tanto tempo che avrai vissuto,

lì in mezzo, un giorno, ci sarà anche il mio,

nascosto in un cassetto, fra le cose,

fra la polvere, due libri ed un rossetto.

 Qualche foto in una camera d’albergo,

la musica di un disco che fischia ancora dentro.

E ognuno ha il suo valore,

ma il mio di più, come una stella,

perché l’ho verniciato tutti i giorni

con uno smalto che non si cancella.

 Lo smalto del furor di gioventù,

anche se proprio giovani non si è più.

Siamo maturi per una bella storia

di quelle che ci restano in memoria.

 Come l’odor stantio delle pagine di un libro,

le melodie di Freddie e di Renato,

son parte di un piccolo vissuto,

che forse fra tre giorni è già passato.

 Ma voglio entrare nella tua vita

come un breve ciclone che spacca le finestre della casa

lasciando dietro a sé, cartacce al vento, cocci e rovine

e un bell’odore sano, forte di vero, dolce di fresco glicine.

  Da Luciano nel mese di Ottobre 2010


 

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Il matto

 

IL MATTO

 Sono rinato matto, piove e rido.

 Perché per tutti i matti è noto

che la pioggia che batte sulla testa

è sì noiosa..

ma in fondo è la più bella

di ogni altra cosa!

 Il sole scalda tutto

la pelle, il sangue e queste ossa,

strano che la vita che vien da quel calore

ci manda in gran squilibrio i nervi,

la testa, il culo, gambe e il cuore.

 

 
 Il vento ci disturba

se entra sotto a quel giaccone,

perché ci causa brividi da freddo

e fruga come un ladro alla ricerca

dentro le tasche di qualche sensazione.

 La terra ci fa da seggiolone

da sedia, da divano, da poltrona,

ci libera dal senso di stanchezza

che spesso prende

e ci accoglie tutti quanti, e in cambio..niente! 

Ma noi siamo nati matti,

Viviamo giorno giorno,

e a chi ci chiede se siamo un po’ incoscienti

preferiamo dire che il domani… ci interessa sì,

ma soltanto quando ci alziamo il giorno dopo

all’ora della Messa

per vedere se la terra è cambiata…

oppure è ancor sempre la stessa.

 Non ci facciamo vanto ma guardiamo il mondo  ridendo.

Parli da solo mentre tutto scorre,

come chi corre col viva voce in mezzo al traffico,

e chi è più matto a parlar da solo e soddisfatto ?

noi o loro…all’apparenza sembra lo stesso fatto.

 Eppure noi parliamo al nostro io

e chi meglio di noi ci può capire

quando malediciamo Dio e la natura

e poi lo ringraziamo, mani al cielo

di aver creato l’uomo, la donna e la.. fessura! 

 Ma quando viene notte

e tutti vanno a letto

girovaghiamo a piedi per trovar qualcuno per parlare

per fare un poco d’amicizia

per un umano gioco e un po’ d’affetto.

 Chi se ne frega se bianco, nera o gialla !

Parlare sette lingue con ciascuna

e concludendo dopo ore, d’aver capito nulla

perché di lingue non ne parli una!

 Andiamo a letto quando il mostro luminoso

accende il verde, il giallo e il rosso,

e questo strano orologio ci fa capire

che il mondo ricomincia a camminare

e se ci vuoi star sopra in equilibrio

devi metterti in moto e lavorare.

  Buonanotte mondo,

io me ne vo a dormire,

vado a sognare quello che mi piace

e nessun di voi lo può vedere

anche se ognuno vi ci può entrare…

 Notte a tutti, notte anche a me stesso,

per la fatica di aver vissuto oggi

muovendo i miei occhi e le mie mani

per riposarmi, sdraiato sotto al letto

felice e gaio dell’ aspettar domani.   

 
 

 
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I Pantaloni

I PANTALONI

Ho preso i pantaloni dall’armadio,

quelli grigio fumo, con le toppe sul didietro.

E li ho provati, e anche se mi vanno stretti

li ho indossati.

Sono andato fra la gente che ha pianto e riso.

Fo davvero compassione con le toppe appiccicate sotto al culo.

Fanno parte di un vissuto troppo strano,

strano come la vita,

che dosa la fortuna in base al deretano.

Tempo fa era bello questo pantalone,

l’orgoglio del suo sarto e del padrone.

La vita nella stoffa pettinata,

il piombo nel posare sulla scarpa,

pronti, eleganti per una sfilata!

Ora sento freddo se mi siedo

e caldo se mi dai la mano

per cercar due fili rosa nel ricamo

e poi scriver tre parole: io ti amo.

Senza il filo son cadute anche le toppe,

che avevo ricucito per scommessa,

se riprovando insieme a camminare

‘sta storia la poteva esser la stessa.

Ma il tempo, questo mascalzone, misura l’amore che si è consumato…

In pochi anni della nostra vita, come il cavallo di questo pantalone!


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L’eretico ed il Santo

Con la primavera già inoltrata, in montagna, un Santo ed un eretico si sedettero all’ombra di un bel mandorlo in fiore, l’uno di fronte all’altro.

L’eretico poggiando a terra il suo bastone, iniziò a parlare.

” Dammi cinque buone ragioni per spiegarmi che Dio esiste ed io te ne darò altre cinque per dimostrarti il contrario.”

Il Santo lo fissò dritto negli occhi, e dopo una breve riflessione parlò.

” Io credo. Credo in Dio perchè Egli si manifesta ogni attimo. Non ho bisogno di libri da leggere, io so che Egli esiste.

Il dono della vita demandato agli uomini per il suo trasmettersi con la creazione dei figli è la prima ragione perchè io creda.

La natura che nasce e rinasce ogni momento, il sole con la sua energia immutabile ed infinita,e la notte che dà sollievo, le stelle luminose e lontanissime mi danno la misura di ciò che non si può misurare.

L’infinito, come il tempo, che mai smetterà di essere senza aver mai avuto inizio perchè esistito da sempre. Manda indietro un orologio.. mai smetterà di battere. Esso mi da la misura del Dio nella sua eternità, da sempre esistito e che sempre esisterà, come il tempo.

Non ti sembrano queste ragioni abbastanza per credere in lui? “

L’eretico alzò lo sguardo da terra e lo volse al cielo verso l’estate che spingeva le nubi.

” Il tempo per l’uomo ha una misura esatta, da quando nasce a quando muore. Non si pone il problema dell’eterno poichè lui sa soltanto che un giorno prossimo non esisterà più. Non sa se e dove e quando andrà perchè è un essere finito e come tale ha a cuore solo la vita.

Dove può stare un Dio misericordioso se la vita non risparmia nessuna sofferenza all’uomo?

Chi è questo Dio delle disgrazie, che dispensa povertà e fame, che regala a piene mani la sorte avversa ed il dolore.

I terremoti, le malattie, la fatica ed il sacrificio con nessuna ricompensa concreta se non la certezza di dover morire.

La felicità è fugace e le gioie effimere si spengono in un attimo.

L’immensa tristezza del distacco dalle persone amate, l’inutilità di ogni sforzo, la vanità debole che inganna gli occhi per colmare il vuoto interiore.

E questo è Dio? Non lo credo perchè non può esistere se non nei tuoi pensieri e solo per la tua paura dell’ignoto che ci attende.”

I due riposarono, a lungo, ed in silenzio.

L’albero aveva già perso tutte le foglie ed i suoi fiori. Era già autunno.

Il vecchio si alzò con fatica e scese la montagna avvolgendo il suo mantello scuro intorno al collo.

Sotto al mandorlo spoglio, rimase un vecchio specchio incrinato, appoggiato al tronco, in mezzo ad un letto di foglie già rosse.

L’inverno stava arrivando.

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IL BABBO ED IL CILIEGIO


IL BABBO ED IL CILIEGIO

( una novella breve )

 Avevo piantato nell’orto, in stagione già tiepida, un ciliegio giovane, di quelli presi al mercato, uno di quelli bellini, in salute con le foglie verdi ed il peduncolo d un rosso vispo.

Sistemai bene il suo pane nella terra, avendo cura di non schiacciare le radici e con amore e pazienza lo innaffiai nel modo dovuto per la stagione calda che avanzava.

Passò l’estate con i suoi calori ed i suoi fumi, le anse d’aria appena sbollentata e l’afa che causa l’asma dall’umidità dopo le rare piogge di sollievo.

Il ciliegio a Settembre seccò e mi colse, come un lampo, di sorpresa.

A Ottobre, lui spoglio di tutte le foglie ed io delle speranze di rivederlo ancora verde lo strappai dolcemente alla terra e segai il tronco a metà.

Scrollai le briciole di terra rimaste appese alle radici che si erano intrecciate in un abbraccio l’una all’altra fino a formare una corona dal piede tondo e scheggiato, a raggiera.

Girai il tronco fra le mani e tolsi ancora la poca terra rimasta fra i suoi raggi.

Era proprio un bel quadro, una scultura della natura stessa, nata nel buio.

Pensai cosa farne di tanta bellezza, tagliai il tronco ancora un po’ ed infilai l’albero a testa in giù nel terreno con le radici in aria così da sembrare un grande fungo.

E lo lasciai lì, sperando chissà cosa, guardando con orgoglio e con amarezza il capolavoro che sarebbe potuto diventare quel ciliegio rovesciato.

Era bello anche così con le radici intente ad osservare per una volta il cielo.

In stagione ormai fredda e prima di Natale, il babbo passò da casa mia e come suo solito si affacciò alla porta a vedere l’orto ed osservare la natura che dormiva nel suo sforzo massimo invernale.

Piegò la testa da un lato, poi dall’altro.

Poi prese la maniglia ed uscì deciso avvicinandosi al ciliegio a testa in giù.

“ Che gliè nato così o gliè un aborto della natura? “ mi chiese.

Dopo la spiegazione piena di dettagli e dello svolgimento dei fatti, senza levar gli occhi dal ciliegio, strinse le spalle, poi mi guardò ed alzò gli occhi al cielo.

Sorrise un pochino.

Non so cosa avesse pensato.

Sarà stato compiaciuto a credermi o forse a pensare che gli avessi raccontato una novella. Avrà pensato a uno scherzo della natura del buon Dio nell’avergli dato un figlio mezzo matto che pianta i ciliegi dalla parte del gambo.

Ma son sicuro che fece un passo avanti nella comprensione esoterica e che ciò che sta in alto sta anche in basso, che il mondo gira perché va al rovescio, rendendosi consapevole, con un velato orgoglio, che le sorprese genetiche della sua creatura ed anche della mia non erano poi così diverse.

 

15 XI 2008

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Gran Maestro Luciano Nistri 33.’. a San Galgano

Gran Maestro Luciano Nistri 33

Gran Maestro Luciano Nistri 33.'. a San Galgano

Gran Maestro Luciano Nistri 33.’. a San Galgano

Gran Maestro Luciano Nistri 33.'. a San Galgano

Gran Maestro Luciano Nistri 33.’. a San Galgano

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